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GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2011 - Libertà Religiosa via per la pace

Giovedi 29 Luglio 2010

Libertà religiosa, via per la pace». Questo il tema scelto da Benedetto XVI per la celebrazione della Giornata Mondiale per la Pace del 2011. La giornata – che si celebra dal 1968 il primo giorno di ogni anno – porrà dunque l’accento sul tema della libertà religiosa. Ciò, mentre nel mondo si registrano diverse forme di limitazione o negazione della libertà religiosa, di discriminazione e marginalizzazione basate sulla religione, fino alla persecuzione e alla violenza contro le minoranze.
La libertà religiosa, essendo radicata nella stessa dignità dell’uomo, ed orientata alla ricerca della «immutabile verità», si presenta come la «libertà delle libertà». La libertà religiosa è quindi autenticamente tale quando è coerente alla ricerca della verità e alla verità dell’uomo.
Questa impostazione ci offre un criterio fondamentale per il discernimento del fenomeno religioso e delle sue manifestazioni. Essa consente infatti di escludere la «religiosità» del fondamentalismo, della manipolazione e della strumentalizzazione della verità e della verità dell’uomo. Poiché tutto ciò che si oppone alla dignità dell’uomo si oppone alla ricerca della verità, e non può essere considerato come libertà religiosa. Essa ci offre inoltre una visione profonda della libertà religiosa, che amplia gli orizzonti di «umanità» e di «libertà» dell’uomo, e consente a questo di stabilire una relazione profonda con se stesso, con l’altro e con il mondo. La libertà religiosa è in questo senso una libertà per la dignità e per la vita dell’uomo. Come hanno insegnato i Padri del Concilio Vaticano II infatti: «Dio rende partecipe l’essere umano della sua legge, cosicché l’uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l’immutabile verità. Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa» (Dichiarazione Dignitatis Humanae, 3). Una vocazione questa che va quindi riconosciuta come diritto fondamentale dell’uomo, presupposto per lo sviluppo umano integrale (Caritas in veritate, 29) e
condizione per la realizzazione del bene comune e l’affermazione della pace nel mondo.
Come ha affermato lo stesso Benedetto XVI all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: «i diritti umani debbono includere il diritto di libertà religiosa, compreso come espressione di una dimensione che è al tempo stesso individuale e comunitaria, una visione che manifesta l’unità della persona, pur distinguendo chiaramente fra la dimensione di cittadino e quella di credente» (Discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, 18 aprile 2008).
Un tema attuale, quello scelto per la Giornata Mondiale del 2011, e che rappresenta il compimento di un «cammino della pace» nel quale Benedetto XVI ha preso per mano l’umanità, conducendola passo dopo passo ad una riflessione sempre più profonda. Dal 2006 ad oggi i temi sono stati: la verità («Nella verità, la pace», 2006), la dignità della persona umana («La persona umana, cuore della pace», 2007), l’unità della famiglia umana («Famiglia umana, comunità di pace», 2008), la lotta contro la povertà («Combattere la povertà, costruire la pace», 2009) e infine la custodia del creato («Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato», 2010). Un percorso che affonda le radici nella vocazione alla verità dell’uomo (capax Dei), e che, avendo come stella polare la dignità umana, giunge alla libertà di ricercare la verità stessa.
Oggi sono molte le aree del mondo in cui persistono forme di limitazione alla libertà religiosa, e ciò sia dove le comunità di credenti sono una minoranza, sia dove le comunità di credenti non sono una minoranza, eppure subiscono forme più sofisticate di discriminazione e di marginalizzazione, sul piano culturale e della partecipazione alla vita pubblica civile e politica. «È inconcepibile – ha rimarcato Benedetto XVI – che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva» (Discorso alle nazioni Unite, cit.)
L’uomo non può essere frammentato, diviso da ciò che crede, perché quello in cui crede ha un impatto sulla sua vita e sulla sua persona. «Il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura, espressione della comunione fra persone – privilegerebbe indubbiamente un approccio individualistico e frammenterebbe l’unità della persona» (Discorso alle Nazioni Unite, cit.). Per questo: «Libertà religiosa, via per la pace».

 

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CONTRIBUTO PER IL IV CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE DELLA CHIESA ITALIANA
Verona, 16 – 20 ottobre 2006
La Federazione Operaia Cattolica Ligure, organizzazione ecclesiale e di forte impegno civile e sociale, radicata sul territorio ligure ove – sin dal 1881 – raduna ed organizza le Società Operaie Cattoliche delle Diocesi della Regione, in modo particolare in quelle di Genova, Savona e Chiavari, intende offrire con questo documento alcuni spunti di riflessione al dibattito in corso nella comunità ecclesiale.
Le proprie radici affondano nella “questione sociale” che fece emergere l’esigenza di porsi in ascolto – e dare risposte concrete alla luce dei principi cristiani – ai lavoratori che vivevano la “rivoluzione industriale” italiana in condizioni di estrema precarietà. Lavoratori, artigiani, piccoli imprenditori accomunati da un unico denominatore: quello di costituire una realtà determinante della società italiana, portatrice di peculiari interessi e – tuttavia – in continuo affanno per emergere e vedersi riconosciuto il diritto alla partecipazione sociale e politica del nostro Paese.
Nonostante l’impegno di laici, sacerdoti e vescovi che in sede locale - e le Società Operaie Cattoliche ne furono una concreta testimonianza - operarono attivamente presso i ceti popolari soggetti ad una progressivo allontanamento dalla comunità ecclesiale, solamente nel 1881 la Chiesa si accorse di questo scisma inespresso, ma che segnò l’inizio della scristianizzazione del nostro Paese e del mondo occidentale. Papa Leone XIII, con l’enciclica “Rerum Novarum” pose le basi per superare questa situazione che – tuttavia – durò a lungo e per molti versi è ancora presente.
Il sottile “fil rouge”, mai interrotto, sempre richiamato – anche se poco attuato - dalle encicliche papali tra cui rifulge la “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II, ha ripreso vigore con la presentazione del “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”. Questo rinnovato impegno deve proseguire non tanto con belle e dotte dissertazione, quanto con la sintesi tra pensiero ed azione che deve vedere la comunità ecclesiale, in tutte le sue componenti, testimoniare nel concreto la Dottrina Sociale della Chiesa. Ci riferiamo ai cristiani impegnati in politica, a quelli impegnati nelle organizzazioni sindacali e di categoria, ai singoli lavoratori, artigiani, imprenditori che nel loro operare quotidiano debbono sapere e voler confrontare le proprie opere con l’ insegnamento evangelico. Questo nostro tempo, secondo il parere autorevole di Paolo VI, ha bisogno di testimoni perché di maestri ne ha avuto ormai troppi.
La Verità che si compiace di contemplarsi è come la fede senza le opere, è cosa morta; ed i poveri finiranno per preferire un errore che si adopera a loro favore a una verità che non si accorge di essi ” (don Primo Mazzolari)
Confrontare il proprio operare con il Vangelo, ogni giorno ed inspecie nel mondo del lavoro, significa chiedere comportamenti coerenti e sincerità di cuore nell’adesione ad una Fede che non è solo preghiera ma è anche carità, di cui la giustizia sociale che si declina in sussidiarietà e solidarietà nelle scelte politiche costituisce l’evidente concretizzazione. “Non coloro che dicono Signore, Signore….ma coloro che fanno la volontà del Padre….”. Ed il Padre che pretende la sua parte esige che si dia a Cesare quel che spetta a Cesare: partecipazione alla vita sociale, economica e politica del Paese, legalità nei comportamenti privati e pubblici, pagamento delle imposte e tributi (dallo scontrino del verduraio alla parcella del professionista) sono gli aspetti più salienti del nostro pagare il tributo a Cesare.
La forte intromissione – giustificabile con contingenze storiche che occorre superare – dello Stato (inteso nel senso più ampio del termine) in molti settore della vita sociale toglie spazi di libertà alla crescita civile e morale dei singoli e dei corpi intermedi, favorendo – inevitabilmente – rendite di posizione che vanno a detrimento dell’intera popolazione, specie di quella meno abbiente. Praticare e
chiedere che sia praticato nel concreto il “principio di sussidiarietà” deve costituire un impegno forte di tutta la comunità ecclesiale italiana.
Una forte senso etico deve essere presente nel mondo del lavoro, ove – sia pure nella distinzione dei ruoli – tutti i soggetti sono chiamati all’ impegno sociale di operare perché l’impresa ponga primariamente al centro della propria esistenza la persona umana, giacché il profitto conseguente ad una corretta gestione – cui sono chiamati dipendenti, managers e proprietari – non deve costituire l’unica ragion d’essere di una azienda.
Per questo, un diverso modello contrattuale che superi le rigidità attualmente presenti e garantisca da un lato la giusta flessibilità e dall’altra elimini la precarietà fonte di disordine morale e ingiustizia sociale può costituire un campo di impegno dei cattolici aventi responsabilità nel mondo del lavoro.
Il modello di sviluppo economico che spesso viene richiamato ipotizza il tramonto del “posto fisso” a vita; questo pare difficilmente praticabile – per contingenze storiche e socio-economiche – nel nostro Paese, e forse anche negli altri Paesi europei; per questo ci pare necessario, prima di mettere in campo politiche del lavoro che penalizzano il lavoro dipendente, cercare soluzioni che garantiscano il corretto funzionamento delle imprese, il loro accesso al credito, la difesa dei mercati e le infrastrutture che ne consentano la concorrenzialità
I cattolici italiani debbono promuovere una retta cultura del lavoro al fine di contrastare la concezione edonistica della vita che considera il tempo dedicato al lavoro un obbligo, purtroppo, necessario per soddisfare le proprie esigenze. Noi sappiamo che non è così e la parabola dei talenti è lì ad indicare il giusto approccio al lavoro per i credenti. Ma non è sufficiente saperlo, occorre metterlo in pratica ed operare perché questa cultura abbia riscontri concreti prima di tutto nel nostro quotidiano, poi sia tradotta in provvedimenti concreti nelle scelte amministrative, politiche ed economiche del Paese fra cui primeggiano la gestione urbanistica ed ambientale del territorio.
Pensare di limitare la riflessione al “piccolo orto italiano” può essere fuorviante; le realtà di Paesi e continenti in cui il rispetto dei diritti e doveri originari dei lavoratori, l’elusione di norme, peraltro sottoscritte in sede ILO, pongono serie difficoltà al “mondo del lavoro” italiano ed europeo nel suo complesso. Se da un lato deve essere contrastato il facile profitto – con nessuna ricaduta economica sul nostro Paese, salvo la perdita di posti di lavoro – di imprenditori che trasferiscono le proprie produzioni ed i propri servizi all’estero, dall’altra deve essere svolta una intelligente e ferma opera perché diritti e doveri del mondo del lavoro siano sostanzialmente uniformi in tutti i Paesi produttori di beni e servizi. E’ un impegno che ci tocca, innanzitutto, come cristiani giacché la Dottrina Sciale della Chiesa non ha confini e deve trovare i cattolici capaci di produrre politiche internazionali coerenti.
Il card. Giuseppe Siri, del quale quest’anno celebriamo il secolo di nascita, ha sempre tenuto ben ferma la distinzione fra “etica sociale” e “paternalismo”. Ecco ci pare proprio necessario che dal Convegno di Verona emerga un chiaro e forte impegno del cattolicesimo italiano per un’”etica sociale” a tutto tondo che tenga lontano dal nostro Paese, per gli anni a venire, i generici richiami della Dottrina Sociale della Chiesa, facilmente contrabbandabili con il paternalismo.
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REFERENDUM SULLA LEGGE 40/2004
Genova. 10 marzo 2005
La Federazione Operaia Cattolica Ligure ritiene che la Legge 40/2004, pur non accogliendo totalmente il punto di vista cattolico in merito alla procreazione assistita, costituisca un punto fermo a fronte del precedente vuoto legislativo in materia e, pertanto, giudica necessario procedere alla sua applicazione e sperimentazione prima di attuare, in via legislativa, quelle modifiche ritenute necessarie.
La Federazione Operaia Cattolica Ligure considera inadeguato lo strumento referendario per ridisegnare una norma di elevata complessità che, ponendo fine ad un vuoto legislativo in materia di procreazione assistita, tutela i più deboli ed i meno garantiti, in primo luogo il concepito che non avendo una propria voce ha bisogno della solidarietà sociale.
La difesa della vita riguarda tutti, credenti e non credenti; per questo motivo la Federazione Operaia Cattolica Ligure ritiene doveroso impegnarsi per promuovere opportune iniziative, anche in collaborazione con altre realtà civili ed ecclesiali, per far conoscere le tematiche connesse alla Legge 40/2004 ed – in tal senso - si pone a disposizione, attraverso la proprie le Società Operaie Cattoliche, delle Parrocchie e dei Vicariati delle Diocesi della Liguria.
Proprio, considerando che si tratta di una tematica di elevato valore civile, etico e morale che investe le fondamenta della nostra Società, la Federazione Operaia Cattolica Ligure ha deciso di aderire al Comitato Ligure “Scienza & Vita”.
 
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